Per quelli della mia età questa giornata è stata e rimane densa di significato. Era festa nazionale e ci si svegliava al suono de:” Il Piave mormorava”.
Innanzi tutto un grazie al Signore per averci donato San Carlo Borromeo che a più di quattro secoli di distanza è sempre un faro, uno che ha aderito a Dio con tutto se stesso. Auguri a tutti I Carlo, le Carla e derivati. Oggi è anche una data storica: la firma dell’armistizio che poneva fine alla guerra del ’15-’18. Si racconta che il Generale A. Diaz, non riuscendo a trovare Vittorio Veneto sulle cartine, si rivolgesse ai suoi dicendo:
“Ma sto Vittorio Veneto, ‘ ndo c… sta?” Oggi non è più festa nazionale, ma è la festa delle Forze Armate, cosa lodevole, ma è come volessimo far passare in secondo piano quel massacro che si poteva evitare. Continuano a ricordarcelo i sacrari come Monte Grappa, Redipuglia e tanti altri. Visto quello che stiamo vivendo, la lezione non è servita a molto. Che il Signore abbia pietà di noi! Quante giovani vite troncate, quanto spreco di umanità e quanto dolore!
Gesù rivolgendosi alla folla numerosa che lo seguiva, disse loro: “Chi viene dietro a me e non mi ama più del padre, della madre…perfino più della stessa vita, non potrà essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Gesù non dice di non amare chi ci è vicino per sangue o per amicizia (Giovanni ci dirà ampiamente quanto amasse i suoi amici), ma di mettere Lui al primo posto. Il che vuol dire camminare alla luce del Risorto verso la pienezza della vita. In Lui è la nostra gioia. Risuonano in noi le parole di Agostino: “solo in te riposa l’anima mia…tu eri con me, ma io ero fuori…(cito a braccio). È il Signore che dà senso alla nostra vita. Scrive padre Turoldo: “Per favore, non rubatemi la mia serenità,
la mia gioia che nessuno tempo Ti contiene… Non cerco consenso e neppure il dissenso, ma il senso”.
Quando nel nostro quotidiano ci troviamo di fronte a una “croce”, la reazione immediata è che tutto finisca presto.
Magari perché il dolore è insopportabile e siamo piegati in due sotto il suo peso. Ma con il tempo e riflettendoci quel dolore può diventare fonte di “grazia”. Come mi ha detto la mia giovane, saggia e cara amica Chiara, il dolore va “attraversato”. Non affrontato come un nemico, ma come esperienza arricchente e feconda. So di cosa parlo. Alla mia età “ho goduto” di molte simili esperienze e, di certo, sono in buona compagnia. Forse Gesù ci sta suggerendo che, quando saremo davanti al Signore, saranno le nostre croci a parlare per noi.
Santa giornata.


