17 Ago 2026, Lun

“Ricordi straordinari. Volevo lasciare il segno e ci sono riuscito proprio in finale contro i tedeschi. Firmai il gol dell’apoteosi finale, quello della tranquillità. Ebbi la fortuna di giocare quasi tutta la partita contro la Germania Ovest, complice l’infortunio di Graziani: una notte indimenticabile”. La frase pronunciata da Spillo Altobelli da Sonnino, in una mia recente intervista, fotografa bene quella incredibile notte.
Altobelli blindò il terzo titolo iridato della storia azzurra con quella terza rete, mix sapiente ed efficace di rapidità e tecnica. Quella che ispirò la celebre esultanza del presidente Sandro Pertini. Ispirato dal solito inesauribile Bruno Conti (di Nettuno), il bomber nerazzurro mandò in estasi un’intera Nazione facendo male per la terza volta ai rivali tedeschi. Quelli che, dodici anni prima, avevamo sfidato e battuto nell’infinita gara dello stadio “Atzeca” di Città del Messico, ribattezzata poi “la partita del secolo”.
Ma torniamo al 1982. Il gol della bandiera del tedesco Breitner servì solo a fissare il tabellino finale, condito dalle reti iniziali del redivivo Paolo Rossi e di Marco Tardelli, il cui urlo liberatorio avrebbe presto fatto il giro del mondo. E non fa niente se Antonio Cabrini, dal dischetto, nel corso del primo tempo, aveva spedito fuori il famoso rigore, quello del possibile vantaggio.
Giunto dopo un’ora di gioco grazie al solito Rossi – reduce da una tripletta (al “Magno” Brasile di breriana memoria) e una doppietta (alla Polonia di Boniek) -, capace di spizzare di testa, sottomisura, una punizione da destra di Claudio Gentile, il difensore della Juve che, in precedenza, aveva preso in consegna gente come Maradona e Zico. La rete di Pablito accese i cuori di un Paese incollato al teleschermo. Fu il viatico della gloria eterna.
Dove eravamo in quella storica domenica sera di quarantaquattro anni fa? chi scrive aveva circa sei anni e ricorda molto di quel Mundial spagnolo irripetibile, il più bello della nostra vita. Giorni caldi e frenetici, dove presto il pessimismo per l’avvio stentato degli Azzurri di Enzo Bearzot (l’allenatore con la pipa e amante di football e letteratura) lasciò il posto alla passione più sfrenata.
“Dal buio di Vigo al miele di Madrid”, mi disse tempo fa Darwin Pastorin, uno dei fuoriclasse del nostro giornalismo sportivo. Erano anni difficili, segnati dal terrorismo (nero e rosso) e da una lunga scia di sangue. Il ricordo dell’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta era ancora vivo in uno Stivale che faceva fatica a rialzarsi. L’Italia tenne fede al suo inno e si svegliò da quel torpore grazie alle prodezze dei nostri in terra spagnola.

Libero Marino
da AcquinoCresce